Archivio mensile:settembre 2012

L’UNICA FIRMA CHE CI PIACE È QUELLA PER IL TELELAVORO

Chiariamo subiti un punto. Se la nostra iniziativa, quella legata alla richiesta dell’ applicazione dell’ art 22 per l’utilizzo del telelavoro fosse stata appoggiata e condivisa da tutte le sigle sindacali ci avrebbe fatto molto piacere. Avrebbe dimostrato un pò di modernità e di consapevolezza nei confronti dei contenuti di questa iniziativa che vanno ben oltre la difesa del lavoro.

Riconosciamo però anche il diritto di quei colleghi che non hanno voluto e non vogliono firmare la nostra petizione perchè in disaccordo sull’utilizzo del telelavoro. Siamo in democrazia ed accettiamo le opinioni contrarie.

Quello che non accettiamo e non ci fa piacere è l’atteggimento delle RSU COBAS che dopo avere preso le distanze da questa iniziativa, osteggiandola, definendola un’iniziativa filo-aziendalista, la propone, per voce di un suo delegato in assemblea come una proposta da presentare insieme all’utilizzo del part-time verticale.
Se l’intervento fosse stato fatto da un simpatizzante dei COBAS sarebbe stato leggittimo, ma poichè questo è avvenuto per bocca di un delegato Rsu tutto ciò assume un significato ben diverso.
Prima di fare una tale affermazione sarebbe stato opportuno che il delegato in questione avvesse firmato la petizione, a titolo personale, oppure, a nome della sigla che lui rappresenta avrebbe potuto comunicare l’ adesione partecipando attivamente alla raccolta firme, sarebbe stato più coerente.

Non avevamo dubbi sul loro atteggiamento, eravamo più che certi che dopo anni di volantini inneggianti alle iniziative dal basso, proprio loro si sarebbero eclissati di fronte all’unica iniziativa spontanea e democratica che sia stata proposta dai tempi della stabilizzazione.
Non vogliamo rubare la scena a nessuno, abbiamo semplicemente preferito scegliere un percorso diverso, propositivo, rimanere fermi protestando e basta non serve a nulla.

Ad ogni modo esprimiamo il nostro dissenso e riteniamo vergognoso l’impianto generale dell’accordo che viene proposto.
Ribadiamo il concetto che proprio nelle criticità che l’azienda denuncia, quelle legate all’assenteismo, qualità e produttività, il telelavoro risulta essere efficace e risolutivo.
E’ del tutto fuori luogo e privo di fondamento l’idea che si cerca di far passare che il telelavoro obbligherebbe l’azienda ad un investimento di denaro da non giustificarne l’utilizzo.

E’ di questi giorni la notizia che i soldi dei fondi strutturali europei che finora l’Italia non è riuscita a investire e che alla fine del 2013 non potrà piu usare ammontano a circa 43.3 miliardi di euro. I calcoli sono della ragioneria di stato per il periodo 2007-2013.(per approfondimenti http://opencoesione.gov.it/)

NON È ACCETTABILE CHE I FONDI DESTINATI DALLA COMUNITÀ EUROPEA PER LO SVILUPPO E LA CRESCITA RESTINO INUTILIZZATI SOPRATTUTTO QUANDO POTREBBERO ESSERE INVESTITI PER POTER MIGLIORARE LA QUALITÀ DELLA VITA LAVORATIVA ED ESSERE DETERMINANTI PER UNO SVILUPPO SOSTENIBILE.
RISPEDIAMO AL MITTENTE LA PROPOSTA DELLA GIGS E RIVENDICHIAMO ORA TUTTO CIÒ CHE CI È STATO NEGATO IN DIECI ANNI DI FINTE CRISI AZIENDALI.

 

 

 

LETTERA APERTA DEI LAVORATORI IN SOLIDARIETA’ DI ALMAVIVA CONTACT [ex ATESIA]

A 5 anni circa dalla stabilizzazione dei lavoratori dei call center, Almaviva Contact (ex Atesia) mette in atto la sua vendetta aprendo la procedura di cassa integrazione per 632 lavoratori per cessata attività, nonostante trasferisca le commesse nella sede di Rende aperta in questi mesi.

Di fatto, con questa procedura, l’Azienda sancisce la chiusura della sede di Roma imputando alla bassa qualità del servizio e all’ elevato costo del lavoro i motivi di questa decisione.

Ci chiediamo, quanto può essere elevato il costo del lavoro per una società che ha in organico la quasi totalità dei lavoratori part-time, con stipendi da fame al di sotto della soglia di povertà? Quando mai l’azienda ha effettivamente puntato sulla qualità, avviando percorsi di formazione e riqualificazione interni, ovvero quando mai l’azienda è stata capace di individuare le criticità e porvi dei rimedi con percorsi di formazione mirati? MAI !!!!!

Se 630 lavoratori risultano essere i responsabili della bassa qualità dei servizi, ad essere messa in discussione è la gestione stessa dell’azienda e ad essere licenziati per giusta causa dovrebbe essere tutta la dirigenza.

Da mesi però, con largo anticipo, intuendo la catastrofe che si avvicinava, un gruppo di lavoratori in solidarietà ha dato vita ad una iniziativa spontanea, iniziando una raccolta firme per proporre l’utilizzo del telelavoro definito dal art. 22 del contratto delle telecomunicazioni, come una possibile alternativa ai licenziamenti.

Crediamo che i contenuti presenti in questa proposta siano molto di più che il semplice mantenimento dei livelli occupazionali: significa guardare ad un futuro più sostenibile in termini di qualità della vita, mobilità e risparmio delle fonti energetiche.

Le risorse economiche ed energetiche, che puntualmente vengono sperperate per la costruzione di queste strutture, i call-center, potrebbero essere indirizzate per scopi socialmente più rilevanti.

Una proposta, questa, ricca di contenuti di responsabilità sociale che deve essere presentata ad un tavolo di trattative per salvaguardare l’occupazione e migliorare la qualità della vita.

Utilizzare il telelavoro significherebbe superare di fatto la logica delle esternalizzazione dei servizi e avviare un inversione di tendenza bloccando di fatto tutto quel flusso di denaro pubblico che viene sperperato per avviare società di call-center dove, nella maggioranza dei casi, le condizioni di lavoro sono pessime.

Aziende, queste, che dichiarano fallimento nel momento in cui gli effetti degli incentivi dello stato hanno termine.

IL MESSAGGIO CHE VOGLIAMO MANDARE NON E’ LA DIFESA DEL POSTO DI LAVORO, INTESO COME LUOGO FISICO DELLA PRESTAZIONE, MA UN IDEA NUOVA E MODERNA DELLA DIFESA DEL DIRITTO AL LAVORO CHE NON PUO’ ESSERE PIÙ BARATTATA A SCAPITO DI UNA MIGLIORE QUALITÀ DELLA VITA.